Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era piú alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo. Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

(Primo Levi, La tregua)


Per il Giorno della memoria di quest’anno, vogliamo tornare alle origini: al momento in cui i soldati dell’Armata rossa arrivavano davanti ad Auschwitz e guardavano con imbarazzo e vergogna quello che c’era oltre il filo spinato.

Vogliamo tornare alle origini perché nei cupi mesi che sono appena trascorsi la Shoah è stata spesso chiamata in causa a sproposito, cercando nel passato, nella Storia, qualcosa che potesse servire a spiegare quanto sta succedendo e che appare difficile da decifrare e comprendere.

Per quanto sia vero che il Giorno della Memoria ci spinge ad interrogarci sul presente perché ci chiama in causa, non possiamo usarlo come categoria senza tempo, per spiegare il presente. La Shoah, infatti, è un fenomeno storico che deve essere compreso nel suo tempo e con i suoi caratteri.

Oggi ancora più di ieri, la Shoah deve essere studiata come processo storico, andando a rintracciarne le cause e le origini; analizzando la diffusione di razzismo e antisemitismo nell’Europa novecentesca; individuando la responsabilità di nazismo e fascismo come matrici politiche e agenti organizzatori ed esecutori; studiando le specificità storiche dello sterminio organizzato e industrializzato. Perché solo in questo modo si può rispondere alle domande non eludibili sulla persistenza di genocidi e crimini contro l’umanità nella storia recente, nonostante l’ammonimento terribile di Auschwitz.

Andrea Sangiovanni, Coordinatore del comitato scientifico

 

(Nell’immagine: Photograph of prisoners in the German concentration camp Auschwitz in Poland, during liberation by Unknown, assumed to be the work of the Red Army - Auschwitz Memorial and Museum (archived at the Wayback Machine), Public Domain)